20/02/2007, ore 23:40

  Charlize Theron
                   Quant’è bella la pubblicità
 
“MA QUANDO CHARLIZE SI SPOGLIA NON E’ COME LA MIA GIOVANNINA”
 
 
“J’ ador ...Dior”
Due parole due, sussurrate, uscite da due strisce di carne rosa macchiate di un rossetto, marca non so, ma di quelle che attizzano il desiderio di francobollarle col bacio tremulo quelle labbra che lei protende per milioni di telespettatori.
 E quel suo spogliarsi mano a mano in un tempo brevissimo quale è quello d’una pubblicità. Con rabbia, sicurezza, arroganza, dominio. Dominio su un mondo di uomini che non hanno detto mai un “no” definitivo al sapere che esiste
una donna da sogno ed una da accomodamento.
kostantino
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15/02/2007, ore 17:26

Saint Ballantine virus

di Costantino Simonelli
13 Febbraio 2007

peynetBeh, aria di San Valentino. Malsanuccia ed arroventata come al solito dai santi innamorati sì e dai santi innamorati no.
San Valentino è dulcore di nome , un santo da panchina e da bacio con messaggio targato Perugina. In Paradiso fa il cicisbeo appresso a tutta una schiera di santarelline illibate, senza innamorarsi di nessuna perchè è già innamorato  di se stesso e del suo ruolo di casto finocchione. San Valentino ha una tipica erre moscia di tono basso che gli risuona per tutto il corpo. Guardate attentamente la “r” degli SMS che vi arrivano. Anche quella, in questo giorno, ha un non so che di scritto strano

Ma  lui mai si sarebbe aspettato che in era di globalizzazione e di computer, tanto male si sarebbe detto di lui. Addirittura, “braccio di cioccolata armato delle multinazionali“, “vizio planetario dell’appropriazione indebita della retorica dei buoni sentimenti”,”antipreservativo cattolico” con, in punta, cotillon - dispenser  di spermatidi selezionati per buona educazione, ad effetto-penetrazione rigorosamente ritardato, post matrimoniale, per intenderci.
Questo dice di lui la controcultura anticonsumista verde e laico radicale.
Ma lui, malgrado tutto, resta e resiste. Un po’ come San Remo che, nel calendario tutto  italiano, gli viene appena d’appresso. e  non fa meno danni. Auricolari, prevalentemente, questi. 

Beh, non la faccio lunga. In una lista che frequento  ho risposto ad una amica che si lamentava che proprio di S. Valentino il suo PC era stato invaso da messaggi con virus letali. E si angosciava perchè questi sembravano tutt’altro che atti d’amore. E mi stava cadendo, a mio avviso, nel pessimismo più cupo, quello delle non amate. Le ho dato una mano a capovolgere il suo pensare.
Ed il pezzo adesso lo uso con voi per festeggggggggggiare san Valentino.

Evito il nomedell’interessata. La chiamerò, per convenzione ingenuizzante e perché suona bene per un’amante verginella  e sprovveduta, Serafina.

SERAFINA, SERAFINA, influenzata e varie da aritmia oroscopica persecutoria, fatti mentalmente una rivoluzione copernicana e depessimizzati, come dire, depurati dei mali pensieri!
Pensa… realizza un attimo che l’incognito virussizzatore del tuo computer sia un disperato amante in - ahimè - ancora, e suo malgrado, incognita. Che, preso dalla furiosa disperazione del tuo reiterato ignorarlo, scelga come scelta estrema di farsi notare per il danno che ti arreca. Nickeggia multiplo e ti invade il PC di virus scarlatti come focosi mazzi di rose.
I virus degli amanti disperati sono, storicamente e letterariamente, stati sempre perniciosi, proprio per la loro esasperata passionalità.

Quello di “Saint Ballantine” è un ceppo di mostruosa e subdola invadenza ( non si sa se più mostruosa o più subdola); minaccia “l’hard core ” (detto all’anglo- napoletana) del tuo indifeso computer e lo squaglia come neve al sole.
S’insinua in un file di sistema e lo manipola fino a sostituirlo con un suo file autogeneratosi che pare si chiami ” e lasciati andare”. Qualche volta si limita ad istigare nella possessora del PC una irresistibile voglia a regalare cioccolatini a forma di cuore, ma nel pieno delle sue capacità destabilizzanti ,  induce ad offerte molto, ma molto più grandi.

***

D’altra parte la retorica degli over-anta già da tempo ha intonato la giaculatoria del “non ci sono più i San Valentini d’una volta”, quelli  dei compostissimi fidanzatini di Peynet ritratti sulla panchina a lume di lampione un attimo prima che il disegnatore avesse abbandonato la scena e la penna sul foglio.Dopo, pure quelli, forse, appena girata la pagina del giornale… che porno strusciate!!

kostantino
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06/02/2007, ore 18:59

Lambretta                           Dal salotto di Biondo Lambretta

La lava panni sporchi di casa si è rotta ed è arrivato Stranamore

Ci siamo.Stamattina la lava panni sporchi di casa ha smesso di funzionare. Ha fatto l'ultimo giro quasi per inerzia e  si è fermata con quel cigolio sinistro che pareva  dire: "Visto che non servo più, mi rompo per sempre".
D'altra parte i tempi erano maturi per questa rivoluzione copernicana nel modo di  dirsi le cose, belle faccia a faccia. Una volta che la tivvù ci ha fatto provare in tutti i modi quell'ebrezza strana ed imperdibile d'essere tutti un po' protagonisti, che senso può più avere dirsi "amore mio , ti amo" o "vaffanculo", così, alla chetichella ed inter nos, quasi col pudore e col timore che il vicino ti ascolti.
Che senso possono avere quelle aride, misantrope e misogine litigate di coppia, magari bisbigliate con ritrosia alle sole amiche  e ai soli amici del cuore, quando invece puoi avere una platea di milioni di occhi e di bocche spalancate che ascoltano le tue storie (sì, le tue, proprio le tue storie, mica quelle di una fiction)? E poi, vuoi mettere, questa platea che interagisce con te, entra nel tuo vissuto, nella tua casa, perfino nelle tue mutande, parteggia, da consigli e ti mette gratuitamente e con umano calore a disposizione tutta la sua esperienza. Magari perderai quell'insulsa pace da signor nessuno, quel tanto di decoro piccolo borghese, ma in compenso diventerai un personaggio da riconoscere per strada, tipo: "Ma lei non è quell'adorabile cornuto di "Stranamore"? Raggiante tu: "Sì, sono io". "E quella gran zoccola di sua moglie, li ha avuti poi in affidamento i suoi due pargoletti, la gran puttana?" E tu, un attimo contrito, ma poi di nuovo battagliero: "Sì, ma non finisce qui, sa. Mi hanno già invitato a ribadire le mie ragioni a "Domenica in".
 "Ah, che bello, non me la perderò di certo".
Sì, è proprio così, i tempi erano già maturi. Eppure... eppure, perché la cosa non apparisse solo come una sana consuetudine acquisita e non una specie di galateo ben regolamentato da precise leggi, ci voleva proprio quello che è successo. Che un altolocato, un altissimolocato, con concorso di attrezzatissima consorte (attrezzatissima in tutti i sensi scenici) desse l'esempio esemplare di come si risolvono per il meglio queste cose.
Uno che di queste cose, fosse il massimo esperto. Uno che, per dire, come esiste la figura del "garante della privacy" rappresentasse il "garante della pubblicity", una specie di gran Maestro Cerimoniere del pubblico sputtanamento.
Adesso sì che, come una reazione a catena, tutti saremo veramente autorizzati a risolvere le nostre questioni sentimentali per mano di rotativa o di  telecamera. Ognuno si industrierà a farla smettere finalmente con quel vocio insopportabile di pettegolezzi detti a bassa voce - manco si dovesse aver segreti per qualcuno su queste cose; i segreti sono buoni, ottimi, per crack finanziari e falsi in bilancio ed altre cose del genere. Da adesso in poi ognuno si industrierà come può e secondo i suoi mezzi a sciorinare i panni sporchi del suo menage familiare sul balcone più in vista possibile.
Per dire, l'altro ieri la signora Follonica Cario in Mascaroni, terzo piano scala B, alla fine della riunione di condominio ha cacciato dalla tasca del grembiule con cui usa da vent'anni fare le faccende domestiche - una specie di divisa sempiterna - un foglio piegato in quattro.
Lo ha dispiegato con cura e lo ha cominciato a leggere. Non senza difficoltà - ha fatto solo le elementari - ma con un appeal da telecamerata degna di migliori palcoscenici. Leggendo ha ripercorso, tappa per tappa, la fatidica storia del suo matrimonio - amore, abnegazione soprusi e silenzio - fino al recente giorno dell'ultima proditoria indegnità del marito (ndr. giovedì scorso): un pizzicotto nel deretano tondo e corposo di Filippa, la postina, giovane supplente del titolare Gregorio, sul pianerottolo del secondo piano. Il tutto visto dall'uscio sempre semichiuso e dagli occhi e orecchie sempre appizzate della sòra Assunta, che poi, a pizzichi e mozzichi e a furia di  "e dai adesso che hai cominciato, dilla tutta" - la finta ritrosa - glel'aveva spifferato tutto il misfatto, e glelo aveva condito con quella impepata finale di morale borgatara televisionizzata che, alfine, spingeva,  esigeva una vendetta, come dire...pubblica.
La sòra Follonica, finita la lettura, il foglio l'ha ripiegato e se l'è  riposto non più nella tasca del grembiule, ma nell’incavo del  petto. E poi, all'assemblea che, dopo due ore di cavilli millesimali sul rifacimento del tetto, aveva finalmente goduto, come un branco di scimmie elettrizzate, di una pioggia di noccioline news in real time più che giornalistico, la sora Follonica, con faccia da mastino napoletano, ha detto solo questo:
"Adesso aspetto,almeno,( un macignale, “almeno”) pubbliche scuse da mio marito."
Con decisione unanime, e tra uno sghignazzo particolarmente divertito, si è indetta un'assemblea straordinaria, "brevi temporis", per lunedì diciotto c.m. A cui invitare, che dico invitare, portare a forza di nerborute braccia condominiali, , il signor Mascaroni Bivio (detto anche Trivio, tra i detrattori amici).
Nello spiazzo antistante la sede della riunione ho sentito gente che discuteva se non era il caso di invitare alla prossima assemblea parenti, amici, tutto il caseggiato e magari pure la  televisione locale. 

kostantino
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21/01/2007, ore 12:06

http://www.bombasicilia.it/
C'E' QUALCOSA DI NUOVO IN BOMBASICILIA

Oltre all'inclusione nell'ultimo Best off di un racconto presente nella rivista, ci sono altre novità che riguardano BombaSicilia:

- UN SITO TUTTO NUOVO

- IL NUMERO 8 DELLA RIVISTA: FRONT'IERI


frontieri


Nell'aria c'è un'altra grande novità. Perché è sempre vero - Vibrisselibri docet - che "la carta non è tutto ma aiuta".

Ecco il SOMMARIO dell'ottavo numero della rivista:


la curatrice di questo numero, Laura Caroniti, apre con "un editoriale umorale" tratteggiato su confini personali.
Di seguito Grenar ci trasforma in pallina per la roulette di Dostoevskij.

Proseguendo da est arriviamo al canto-controcanto sul regista di teatro lituano Nekrosius, di Andrea Brancolini e della guest-star Veronica Morelli.

In questo viaggio verso occidente eccoci ai confini greci di Sofocle, accompagnati da Maria Renda.

Ancora sud, ancora ovest, fino a Dakar e ritorno per "Io, venditore di elefanti" di Pap Khouma, letto da Costantino Simonelli.

Ed ecco la Francia e il linguaggio di Sartre dalla penna dell'altra guest star Angela Migliore.
Laura Caroniti di nuovo prende per mano con il suo "Regalo" e ci lascia poi giocare pei campi con le "Storie nostre" di Guido Grassadonio, Angela Migliore, Giulia Merlino, Costantino Simonelli, Laura Caroniti, Maddalena Maltese.

Un tuffo in "Cinque anime salve" con successiva emersione nel potere della lettura con Tonino Pintacuda.

"La prova dei materiali" di Demetrio Paolin è stavolta impegnata a studiare "La mano di un vecchio" ed infine, come sempre nei viaggi, è di nuovo "Sicilia" (ed. Untitled): Maria Renda legge e Maura Gancitano intervista.
kostantino
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07/09/2006, ore 18:25

 


EL SALVADO


Lui aveva quell'aria stranita, un po' da mendicante un po' da vecchio, più vecchio di tutti.
Camminava incedendo cauto come se misurasse i corti passi che le gambe ingranchite gli concedevano. Ed ogni posata di piede aveva nel gesto quell'incertezza, come fosse un approdo momentaneo per il suo corpo eretto ma vacillante.
I bambini gli facevano da codazzo allegro. Qualcuno più ardito e strafottente gli tirava
il pizzo della giacchetta sbottando in una gran risata e sfidando gli altri a fare lo stesso.
"Dai diccela ancora una volta"
"Sì, la storia dell'impiccato alla cima del fiocco, diccela dai"
"Com'è che ti sei salvato?"
A quella parola Ignazio, el Salvado, sapeva che si sarebbe voltato appena d'un tanto verso il ragazzino che l'aveva detta. Una smorfia aspra gli avrebbe tirato, appena impercettibile, l'angolo della bocca e gli avrebbe arrughito mezza parte del viso. Avrebbe sputato per terra i miasmi del tabacco dell'età e dei ricordi. E avrebbe, più deciso, attraversato quel pezzo di strada che ancora lo separava dal suo posto.


Angelina la Santillana sapeva di quell'ora come la sapeva Ignazio. E l'attendeva fingendo di meravigliarsi sempre quando lui, col fiato corto, arrivava e la salutava sedendosi.
"Ola, donna".
"Ola, marinaio, puede decirme el camino?"
"Quién sabe, Angelina.
Angelina finì di stendere sulla corda dei panni l'ultimo paio di mutande dello zio Juan e si asciugò le mani strofinandosele sui fianchi.
"Non mi vuoi rispondere ancora vecchio marinaio eh?!" e rise come sapeva ridere da tempo ormai. Di dispetto e d'affetto. E d'attesa.
Il sorriso di Angelina era ancora qualcosa di speciale per Ignazio. In qualche modo lo legava ancora alla vita ed alla sua storia; che era diventata un mistero non svelato ancora.
E che adesso si stava invecchiando con lui e con lui si stava perdendo.


^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^


Quando lo ritrovarono quella notte era attaccato con le unghie alla roccia di Capo Margarita.
Rigirandogli la testa Miguel gli guardò negli occhi rivolti verso l' alto e fermi, ma aperti. Non seppe dire se avessero guardato già il nulla.
Disse solo: "È morto"
Antonio lo rigirò tutto e poi rovistò nelle quattro saccocce di quei poveri stracci che gli erano rimasti appiccicati addosso. Per cercare un indizio, per dargli un'identità.
Mentre Francisco già si faceva il segno della croce, quella bocca cacciò uno sbuffo d'acqua.
Nessuno ci credeva.

"Luis, ti sei seduto sulla pancia? t' ho visto!"

"No, io no!"
"E tu Ruìs?"

"Dio lo salvi, no!"
Era buio a tratti quella notte. La luna quasi colma avrebbe fatto pure il suo dovere se pregne nuvole non gli avessero camminato addosso. Era segno che non si dovesse capire.
Due tre e quattro sbuffi d'acqua. Un rigurgito dal naso. Come a provare a tornare a respirare.
La foga di tutti nel rianimarlo l'inondò. Amore di sapere che si stava salvando.
Chi prese a spremergli il ventre, chi a succhiargli acqua dalla bocca e soffiagli aria, chi a muovergli a tempo le braccia e le gambe.
Miguel che l'aveva dato per sicuro morto guardandogli quegli occhi, non si mosse più di tanto. Neppure quando tutti s'accorsero che l'avevano salvato.




^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^




Ignazio si sedeva lì da dieci anni ormai, quelli della sua vecchiezza. Ma la sua storia, in altre condizioni, in altri palcoscenici, erano quarant'anni che la raccontava.
Prima ai padri, poi ai figli. Adesso ai nipoti.
Si sedevano lì tutti attorno a lui, ogni giovedì sera.
E quando si sedevano litigando per il posto più vicino a lui, nessuno di loro aveva voglia
di prenderlo in giro più.
Ignazio non cominciava subito a parlare. Sembrava che ogni volta dovesse raccattare qualcosa d'importante tra le cianfrusaglie dei ricordi della sua vita. E le labbra si muovevano incessanti, come a scartare o conservare qualcosa da dire; e poi a cacciare sempre quelle stesse parole d'inizio:


"Non c'era cielo lì. Non c'era speranza più. Solo mare. Maledetto solo mare."
Tremava la mano quando provava, col fiammifero in aria, ad accendersi la pipa.
Poi ricominciava di colpo:
"Tu credi alle maledizioni, Xavier?"
"Sì, ma perché me lo chiedi, Ignazio?"
"Ci stiamo dentro, Xavier, dentro dentro."
Ignazio a questo punto sussultava come se stesse per scivolare. Cercava come un appiglio qualunque, fosse pure il braccio d'un bambino che l'ascoltava con la bocca aperta.
E sembrava che stringesse la cima dell'albero di maestra.
"Tagliala. tagliala. non vedi che non ce la fa a reggerlo!
Ma reggimi tu però, ché finisco in mare.
Sì, ma fai presto, che ci viene addosso.
Se ne andò. Buttato dal vento e dall'aria e dall'onda più grossa. Mi scivolò di fianco. e provai a tendergli la mano, tesa, ma non tanto… quasi a sperare di non doverlo acchiappare. Il mare, flup, volato sul bordo di prua, impigliato al cordame abbandonato, per tirare il fiocco. Restato impiccato col piede lungo la chiglia che si affacciava sulla superficie, mentre la nave si rivoltava, a una cima, penzolare, morire così, gridare che gli tagliassero quella cima."
Ignazio a questo punto del racconto si sarebbe fermato sempre. Da quarant'anni era sempre così. Avrebbe spento la pipa battendola con rabbia contro il muro che gli stava di spalle per farne uscire il tabacco residuo. Avrebbe sputato per terra saliva intrisa di minutaglie di fili di tabacco e di terribili ricordi. Poi avrebbe calpestato lo sputo col piede movendolo con piccoli movimenti della punta della scarpa. Movimenti impercettibili e pudici; quasi a diluirlo o cancellarlo quel ricordo.


Era saputo anche dai bambini più piccoli che la memoria di Ignazio ogni tanto faceva dei capricci.
"El Salvado " a questo punto sapeva che quelli lì di fronte a lui da quarant'anni s'aspettavano di sapere qualcosa di più. Così i padri, così i figli e così, adesso, i nipoti.
E perciò ogni volta incominciava a raccontare una storia diversa.
E confondeva. Confondeva una storia con un'altra raccontata tre mesi o tre anni prima.
"Non c'era tempo neppure per pensare di scomparire. Coperto e buttato giù e poi ricacciato su. Un attimo, per guardare. Vedere Andrea - sì era Andrea - no, è Serrano, che s'è attaccato all'orlo della scialuppa dove chi, Domineddio, ...quanta gente si stava salvando, se ne stava andando. Ci avevano detto: Tutti insieme, tre scialuppe e cento uomini, molti buttati in mare prima dalla voglia delle onde, che ti acchiappavano e ti succhiavano giù.
E poi gli altri. Chi può, chi sa, chi sa spingerti giù. Chi sa buttarsi giù.
Non guardare nessuno in faccia. Nessuno.
Buttati, salvati, cerca di scendere dentro la scialuppa. Non pensare a Xavier, Ignazio, non pensare.
Adesso ci sono anch' io dentro, Xavier. Con tanti che ci gridano addosso, e dentro, tanti già dentro. Ed altri a ricomparire al capriccio delle onde, ad alzare le braccia, a sputare acqua e cercare aria, con la bocca sfatta dall'ultima bestemmia o dall'ultima preghiera.
Ci sono, Xavier, e adesso ballonzolo contro il destino del mare.
E allora giù, ancora tu, adesso. A provare a trattenere il respiro ancora per una volta, forse.
E pensare che adesso é l'ultima volta, perché i polmoni ti scoppiano, il cervello ti scoppia, e non senti quasi più le braccia e le gambe. Ma sì che li senti, muoversi, appena appena ma ancora. Ancora a scacciare l'acqua e quell'idea d'essere finito. Intrappolato dall'acqua.
Su, Ignazio, su!
E, maledettamente, ancora su, Ignazio. Ritornava su Ignazio, ritornava su.
Sopra, l'acqua aveva accoppato la scialuppa e Serrano e Andrea e quanti per nome e per idea e per ricordo non sapeva chiamare più, Ignazio."


Ignazio diceva tutto questo trasfigurandosi quasi nel viso. E non era sembrata neppure tanto vecchia quella bocca quando, finito il racconto, provava a sputare ancora per terra.
Ma non usciva più saliva.
Non aveva neppure tremato; era andata spedita quella bocca a raccontare. Ma adesso era esausta.
Sembrava aver finito la manciata dei ricordi per quella giornata. E quel volto e quel corpo sembravano essere tornati ad invecchiare di colpo solo quando Ignazio aveva provato ad alzarsi.
Angelina sapeva sempre quando l'ora del racconto era finita.
Puntuale come un orologio l'attenzione dei bambini si spostava ad una ventina di metri più in là, quasi di fronte sulla strada.
Il caramellaro metteva a posto i quattro assi ed il palchetto della sua bancarella e ci versava su con cura e con un ampio gesto d'abbondanza le sue primizie colorate, appena uscite dal grande cartoccio. Poi, col dito indice le spostava e le sistemava in bella vista.
E i bambini che erano restati ancora una volta ad ascoltare il vecchio marinaio ora rumorosamente sciamavano a frotte al di là della strada. Si sa come sono i bambini, senza posa e senza rispetti, ti tradiscono subito se un'altra novità e un altro gioco scaccia dai loro pensieri quello di prima.
Angelina cautamente metteva il braccio sotto il suo braccio e lo aiutava ad alzarsi.
Vamos abueligno - andiamo nonnino - che l'hora es tarda por tigo." E gli guidava quasi i primi passi, quelli più duri, tracciandogli una specie di scia con i suoi.
Ah, Angelina, che t'ho tenuta sulle ginocchia , recuerdas, nigna.
Puede esse , puede esse, nonnino. E rideva.


^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^


Ignazio, dopo quella notte del salvataggio, l'avevano portato a casa di Feliciano , il padre di Angelina. E ce n'era stato di tempo in quella casa... Tempo duro per lui, ma anche per la famiglia di Angelina.
Dapprima, appena riavutosi, sembrava non volerci stare più sulla terra. Ti guardava con quegli occhi strani di chi ha la testa ancora da un'altra parte. E quell'altra parte non gli doveva piacere affatto. Ma neppure questa di adesso; ancora non sapeva di che pasta fosse fatta.
Non sapeva se era la sua o se gli fosse stata data in prestito.
Il suo fisico forte aveva reagito piuttosto presto, anche se, sulle prime, si negava al cibo ed a quei tanti sorrisi premurosi che glielo offrivano.
E la casa di Feliciano era diventata un andirivieni di tutti i buoni e i curiosi del paese che chiedevano e volevano sapere dei quotidiani progressi e delle fantasie strane di "el Salvado".
"Sta ripigliando" diceva donna Mariana con un sorriso che aveva dello sbrigativo e della rabbia che si stava accumulando a mano a mano che i giorni passavano " Ma è la testa che s'è annacquata nel mare" , concludeva non lasciando replica e rientrando sbattendo l'uscio della porta.
Ed aveva ragione un poco anche donna Mariana che sulle prime l' aveva accettato nella sua casa , ed anche di buon grado, perché si sapeva che era generosa. Quel salvato così malridotto. D'altra parte il marito aveva insistito e la casa loro era una delle più grosse del paese. E aveva, per dovere, la virtù dell'ospitalità, oltre che il timore di Dio per certe cose.
E passavano quelle giornate a vederlo, muto, a guardare le mura bianche della stanza come se ci vedesse dipinte pitture d'altri paesi. E se gli chiedevi: "Che guardate, Ignazio?" lui ti rispondeva con una smorfia di fastidio appena accennata negli occhi.
Ma quelle notti. Quelle notti, poi. Di colpo sembrava un altro. Lo sentivi gridare con quella voce che di giorno pareva non esistesse, tanto era debole; che non pareva la sua adesso, tanto roca e sibilante e forte, e poi come strozzata in gola, come se stesse lottando con una forza che lo minacciava di tacere.
Tutta la casa non poteva che svegliarsi a quelle grida che duravano quattro o cinque minuti per notte, non di più.
Quando donna Mariana e Feliciano arrivavano sconcertati e stralunati alla sua porta, tutto era già finito. Lui, muto, sembrava non avere mai smesso quel sonno che assomigliava tanto al silenzio che lo perseguitava per tutto il giorno. Solo le lenzuola e le coperte sembravano come stropicciate da uno sconvolgimento di piedi di braccia e di morsi.
Tanto che per saperne qualcosa di più, per capire che diavoleria fosse quella, donna Mariana aveva convinto Sebastiano a dormire nella stessa stanza affianco al letto di lui .
Sebastiano non poteva rifiutare nulla a quella casa. Era nato quasi cacciato nella strada E quella casa e quella famiglia l'avevano raccolto dalla strada facendolo crescere fino ai vent'anni con il loro stesso mangiare ma con in cambio la sua vocazione al servizio incondizionato. Era diventata quella di Sebastiano una vita impaurita ed abnegata.
Perciò per quanto fosse in quella casa quello che tremava di più alle urla notturne del Salvado, fece in silenzio quanto gli era stato detto. Si trasferì con tutto il suo essere nella stanza di quello, tanto da diventarne quasi la sua ombra.
E la notte, quando dormiva, lui gli guardava la bocca e tendeva l'orecchio su di quella per ore, per cercare di carpire nel sonno un minimo movimento, un minimo fiato che potesse prendere forma di parola, di frase.
Perché da quando Sebastiano aveva preso a dormire con lui, quasi per incanto Ignazio aveva smesso di gridare e di agitarsi la notte.
Però, l'abnegazione ed il sacrificio di Sebastiano non pareva essere stato del tutto vano se,
alla fine di lunghe ore di silenzio e di immobilità assoluta, quasi a un’ora precisa prossima all'alba, Ignazio pareva parlasse nel sogno impercettibilmente. E , dopo innumerevoli tentativi, Sebastiano credé di capire che pronunciava un nome che lui aveva decifrato dal movimento delle labbra che si aprivano una prima volta e lasciavano intravedere il leggero movimento della lingua verso il palato per poi richiudersi toccandosi per un attimo dopo e tornare di nuovo a riaprirsi: "A..l ..m..a" Tre quattro volte per notte, non di più, ma in una sequenza ravvicinata e precisa che cambiava per attimi la scialba inespressività di quel viso in un sorriso appena percettibile.
Quando fu sicuro del fatto suo Sebastiano lo comunicò a donna Mariana ed a Don Feliciano con l'orgoglio e la devozione della missione compiuta. E marito e moglie la notte seguente presenziarono, nascosti dietro la porta, nell'attesa dell'impercettibile pronunziazione. Che si manifestò puntualmente all'albeggiare, quando pare che la mente si abbandoni al sogno più liberatorio prima di affrontare i vincoli che, per mano del risveglio, il giorno pone ai sani di mente. Ad un cenno di Sebastiano chinato sulla bocca di Ignazio, si avvicinarono e ripeterono con le loro labbra il moto di quelle labbra. Sì... doveva proprio essere Alma quella parola, anzi, quel nome di donna.
Non che svelasse molto del mistero di quell'uomo, ma era un primo segno. Significava intanto che non aveva perso completamente il sentimento ed allo stesso tempo che non aveva perso il bene della parola. Quel nome di donna era un principio, un capo di filo con cui poter cominciare a tessere un ordito, una storia, un passato.
E mentre si attendeva che finalmente il salvado riacquistasse in pieno la favella e magari la memoria, s'era iniziato, in casa di don Felipe e fuori, per le strade e nelle case del paese, l'intrigante gioco delle congetture e degli indizi. Scarsi se non nulli questi ultimi, dovevano per forza fare largo al fiorire delle più varie e strampalate fantasie con delle gemmate qua e là di un qualche ragionamento di buonsenso. Il fatto che lo straniero fosse arrivato dal mare lo faceva per scontato un marinaio e, per di più, nel modo in cui c'era arrivato gli attribuiva senz'alcun dubbio la condizione di naufrago. Ma di quale nave, di quale barca o zattera? E salpata da quale porto? Notizie di grandi disgrazie per mare non se n'erano avute nei giorni precedenti e nei giorni successivi a quello del ritrovamento. E sì che le notizie camminavano lente sia per terra sia per mare, ma quelle cattive, prima o poi, arrivavano sempre, portate da mercanti che battevano l'interno e dai pescatori coi battelli più grossi che risalivano la costa fino a Gualaja, dove bastava bazzicare chiedendo un po' nel porto o in mezzo ai banchi del mercato del martedì e del venerdì e si poteva sapere tutto quello che di grosso era accaduto nella settimana.
D'altra parte, anche i piccoli pescatori di Vinaroz erano usciti in perlustrazione a flotta nei giorni successivi - e ad ora non da pesca - per meglio scrutare il mare alla ricerca di qualche legno, di qualche pezzo di vela, di qualche resto di naufragio che il mare e il vento, in quel periodo dell'anno, avrebbero dovuto rigettare appena al di qua della Baia dos Horfanos, a qualche miglio a largo.
Invece nulla di nulla che riconducesse al salvado.
Però in questo andare in cerca per mare due piccoli eventi pure si verificarono.
La barca di Laudemio, l'incantatore di galli, s'imbatté in un esercito di pescispada che, come in un assalto alla baionetta al vuoto del mare, gli sfiorarono la prua sfuggendo alla vista esterrefatta del piccolo equipaggio come sfugge agli occhi puntati in cielo il grumo ed il codazzo di una stella cadente.
Non s'era mai visto da anni un tale ben di Dio di quella specie in quell'avancosta impoverita dal saccheggio dei grossi pescherecci venuti dal Nord che razzolavano a largo come uccelli rapaci dai grossi becchi e dalle grosse reti e che poi, a fine uscita non disdegnavano di spiluccare neppure la minutaglia di orate, spigole e frattaglie di pesce di piccola stazza a bordo di costa, togliendo i bocconi della sopravvivenza a chi l'abitava.
E Gaudenzio "el cojo", scandagliando le onde con la stampella, ad un tratto aveva fatto fermare la barca con un grido. Aveva portato a pelo d'acqua un borsello di cuoio con la cinta che ancora gli stringeva la gola e che, col capo libero, s'era aggrovigliata ad uno sterpo e perciò, grazie a quest'artificio, sospeso, quasi galleggiava. L' avvicinò alla chiglia e l'arraffò con la mano. Sventratolo, cacciò dal fondo tre grosse pesetas d'oro ricoperte di verdemuffa e con sotto l'effigie di Alonso Principe di Castiglia, anno 1728. Quasi cent'anni addietro.
Questi due fatti non avrebbero cambiato la vita di nessuno, né di Laudemio che non avrebbe pescato un solo pescespada negli anni a venire, né di Gaudenzio cui aumentò per qualche mese soltanto il conto a credito nella cantina di Consalvo e gli accelerò lo sfacelo del suo già martoriato fegato. Tuttavia, un po' da tutti, questi due  eventi furono favoleggiati ed interpretati come buoni auspici e legati indissolubilmente al misterioso arrivo di el Salvado nel paese.


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_D'altra parte era arcivero che il suo stesso arrivo aveva ravvivato in qualche modo le giornate ed i discorsi di quel sonnacchioso paese dove la monotonia della vita era pari solo alla miseria che, quantunque dignitosa, era vissuta in modo inerme, quasi rassegnato e che toglieva a volte a molti anche la voglia di parlare.
Specie le donne in cui la virtù della chiacchiera e quella della fantasia più vivida può essere sopita ma mai spenta, trassero tale rinnovato vigore dalla novità, da costituire quasi un tacito comitato di studio e di protezione per el Salvado. E da lui - quando sarebbe tornato in sé - s'attendevano cose mirabili. Anche se nulla del suo aspetto attuale e delle circostanze del suo ritrovamento lo lasciavano supporre, si cominciò a pensare di lui come non ad un semplice marinaio, ma almeno ad un capitano o ad un gran signore naufragato con la nave di ritorno dalle colonie. L'essersi salvato doveva pur essere un segno di benevolenza che il buon Dio riserva in genere ai grandi uomini, mica ai poveracci. Anche quel suo prolungato rimanere silenzioso e stranito appariva così dignitoso ed altero da non poter appartenere all'animo d'un uomo qualsiasi. Insomma ragionavano come se quella larva d'uomo che il mare aveva rigettato in quella notte sulla loro costa, da crisalide sarebbe dovuta diventare di lì a poco una splendida farfalla.
Forse erano solo fantasie. Forse è che più sembri essere rassegnato dall'evidenza e dalla ragione ad una povera vita senza fremiti e palpiti, più, sotto sotto, sei in fervente attesa che qualcosa di veramente grosso capiti. Ed allora riesci a dare un significato eccezionale a piccoli eventi appena fuori del quotidiano e sei disposto anche a cogliere in piccoli segni un disegno soprannaturale.
Fatto sta che mentre el Salvado prolungava il suo eburneo letargo, il paese tutto, donne e uomini, bambini e ragazze da marito, attendevano impazienti il suo ritorno pieno alla vita, per saperne di più di lui da lui, ma ancor più e comunque, per festeggiarlo. Come se quasi, più che festeggiare un salvado, si potesse festeggiasse un Salvador.




Non che donna Mariana non fosse coinvolta da quell'atmosfera di euforia che aveva contagiato tutto il paese nell'attesa del risveglio del suo ricoverato; tuttavia, proprio perché a lei toccava l'incombenza del quotidiano di quella lunga degenza povera di gratificazioni - quando, ad esempio, la figura di el Salvado non sapeva con sicurezza annunciare l'imminente arrivo del pronunciamento della sua vescica e del suo corpo e le braghe dei pantaloni e le lenzuola cambiate fresche di bucato né pagavano il prezzo - proprio per questo restava piuttosto scettica sul recupero completo di quell'uomo che per lei rimaneva, dopo tre mesi, più frastornato che misterioso.
E poi, per indole, ma più per necessità, era donna pratica con scarse propensioni alle fantasticherie. Anche per mitigare un po' l'abuso in bontà ed in filosofia che ne aveva fatto e ne faceva don Felipe, rispettabilissimo uomo, ma negato al realismo, tanto che era riuscito ad assottigliare a termini di poco più che dignitosa decenza di risorse un grosso patrimonio di beni monetari e di terre ereditato da avi sicuramente più avveduti di lui.
Però, riguardo al progressivo ritorno di el Salvado alla sapidità, commetteva l'errore di minimizzare l'importanza di alcuni segni inequivocabili.
Lui non perdeva, anzi, a poco a poco, riacquistava la voglia di mangiare, sino a volte a lasciar trasparire, dai suoi occhi e dai gesti con cui afferrava il pane o puliva la scodella, una vera e propria voracità. Come pure, a guardarli bene quei suoi occhi, nei momenti in cui non si sentiva osservato, avevano dismesso quello stato di imperturbabile indifferenza e talora si ravvivavano quasi all'ascolto dei discorsi che si svolgevano intorno a lui. Se una mosca lo infastidiva camminandogli sul viso, ora con gesto della mano la scacciava, come pure, se un cardellino eseguiva un magistrale assolo mattutino, lui voltava lo sguardo cercando la fonte di quel magnifico artificio. Ad osservarlo bene pareva come se ormai, per una qualche ragione che non ci è dato di sapere, si sforzasse di simulare uno stato d'infermità mentale che, per buona parte, non gli apparteneva più.
E non ci volle molto altro tempo a capire che le cose stavano realmente così.
Una mattina successe che tutta la famiglia era fuori per faccende varie ed era rimasta solo la piccola Angelina a giocare davanti al porticato della casa con la sua bambola di pezza. E anche el Salvado

lo avevano portato fuori, come facevano talora per fargli prendere un po' d'aria, e lo avevano posto

su una poltrona di vimini. E avevano detto ad Angelina che ogni tanto gli desse un'occhiata, che loro sarebbero tornati presto.
Angelina, che allora aveva poco meno di sei anni e una vitalità fuori dal comune, sin da subito aveva avuto con Ignazio un rapporto particolare, diremmo quasi privilegiato.
Il fatto di vederlo, lui, grande e grosso ed adulto, muto e così simile ad una statua, aveva così tanto suscitato la sua curiosità che aveva fatto sì che lo eleggesse a suo miglior gioco possibile; meglio anche della bambola di pezza. E così, specie quando i grandi non la vedevano e non potevano rimproverarla, circondava Ignazio di attenzioni infantili perpetrate con dolcissima insolenza. Sicura della muta complicità di lui come di quella della bambola, intesseva un dialogo a tre di cui era la sola a parlare per gli altri due e ad interpretare i loro legittimi sentimenti. Così, spesso si insinuava tra le gambe divaricate ed immobili di Ignazio o gli aggiustava il collo della camicia o, fingendo rabbia per l'ennesima disubbidienza di Consuelo, la bambola, gli alzava la mano e gliela muoveva nel gesto di minaccia di una sonora sculacciata.
Quella mattina capitò che Angelina cogliesse un semplice fiore nel giardino davanti al porticato, non una rosa od uno di quei fiori di grande effetto e di grande profumo, un fiore di campo senza nome né cognome, e che portandolo ad annusare ad Ignazio per una tacita approvazione, glielo muovesse sotto il naso sfiorandolo fino a fargli il solletico.
Ignazio prima starnutì più volte, d'uno starnuto che, ripetuto, sembrò squassargli tutte le membra e che lo smosse di volontà non propria, come ravvivato da una scossa.
Poi sorrise.
In quel momento tutto l'edificio della sua finzione gli parve crollare di schianto.
E lui lasciò che ciò accadesse.
Con estrema dolcezza con una mano prese al volo la mano di Angelina e se la avvicinò ancora di più a sé. Con l'altra la sollevò e se la mise sulle ginocchia.
Angelina sembrò veramente impaurita, ma il sorriso rassicurante di Ignazio ed una subitanea carezza sulle gote, forse riuscirono a rassicurarla un poco. E tuttavia forse avrebbe gridato se non fosse stata sopraffatta dalla sorpresa di sentire per la prima volta la sua voce.
"Non temere, piccina, non temere."
"Ma allora tu parli?"
"Sì, parlo... torno a parlare."




Quando ritornarono gli altri della casa li trovarono che giocavano come uno zio gioca con la sua nipotina. E anche per loro la sorpresa fu grande da lasciarli senza parole. Ignazio elargì loro sorrisi con prodigalità, sorrisi aperti, affettuosi, forse anche riconoscenti.
"O Gesù mio - esclamò donna Mariana - e che cosa é successo"? E se lo guardava e gli girava intorno ancora incredula. "Guarda, Feliciano - rivolgendosi al marito e prendendolo per un braccio – guarda!"
Don Feliciano annuì con una contentezza inebetita, mentre donna Mariana con un gesto istintivo trasse via Angelina dalle ginocchia di Ignazio e se la mise in braccio. Come se, sospettosa, volesse allontanare la bambina da un pericolo.
Ignazio, per la verità, non sapeva come entrare in scena, cioè rientrarci a pieno titolo.
Con la piccola era stato facile, quasi naturale; ma coi grandi era un'altra cosa. Pensava con non poco imbarazzo a come esordire e con quali parole. Ed istintivamente già pensava con timore di quante domande sarebbe stato oggetto. Si rese conto che quel cedere di schianto alle incontenibili lusinghe di Angelina forse era stata un' imprudenza. Lui era ancora impreparato a tornare ad apparire come una persona cosciente, a tornare ad usare le parole e, con queste, a dover spiegare tante cose. In buona sostanza si andava accorgendo di non avere un piano di rientro nella normalità.
Da parte loro, pure donna Mariana e Don Feliciano non è che si sentissero completamente padroni della situazione. Troppo improvviso e troppo imprevisto era il mutamento a cui si trovavano di fronte: quel "coso" lasciato come un soprammobile solo poche ore prima, ora, si vedeva, era un'altra persona; come se lo Spirito Santo ci avesse soffiato sopra. Come un miracolo.

E un miracolo vivente non sai mai da che verso prenderlo.
Perciò, per motivi diversi, per lungo tempo lui e loro restarono muti a guardarsi.
Fu ancora Angelina - benedetta l'insofferenza per i lunghi silenzi che hanno i bambini - a trarre tutti d'impaccio.
"Sai mamma, lui si chiama Ignazio."
"Ma davvero?" fece donna Mariana.
"Sì" annui con reverenza el Salvado.
"Ma guarda, proprio come il mio caro zio, buonanima, fratello di mia madre" disse con stolida e meravigliata allegria donna Mariana, tanto per darsi un tono e vincere l'imbarazzo.

"Feliciano” rivolgendosi ancora al marito e cercando di scuoterlo, proprio come lo zio Ignazio.
"E già e già..." fece il povero don Feliciano che ancora stentava a raccapezzarsi.
Seguì altro silenzio come se il discorso non ne volesse proprio sapere di animarsi.
Poi donna Mariana, con molta cautela:
"Adesso come vi sentite?"
"Io... bene" rispose con palese incertezza nella voce el Salvado.
"Eh... adesso bene, voi dite, adesso bene... ma avreste dovuto vedervi... per quanto tempo... e fino a stamattina... ah, ci avete fatto tribolare... Già, ma che vi dico io... magari voi non ricordate nulla... E' vero Ignazio, signor Ignazio, che voi non ricordate nulla?"
"Eccola la domanda delle domande, è arrivata più presto del previsto" pensò Ignazio e attese, titubante, prima di rispondere, poi borbottò:
"Qualcosa" e si affrettò ad aggiungere "poco, molto poco."
"E che cosa... che cosa?" l'incalzò donna Mariana trepidante.
Ma poi, visto l'imbarazzo e la risposta che non arrivava, tagliò corto da donna di mondo qual era.
"Ma che stiamo qui a dar fastidio; costui, mi perdoni signor Ignazio. è come un bimbo appena rinato e noi vogliamo che non solo parli - e Dio sia lodato, è tornato a parlare - ma che addirittura ricordi la sua disgrazia e quant'altro gli é capitato, vero Feliciano?"
"Più che giusto moglie mia".
"Ci sarà tempo, ci sarà tempo, vero Ignazio?"
Ignazio annuì con forza e con gratitudine. In quel momento perdonò a donna Mariana tutte le ostilità e le piccole vessazioni, gli insulti a mezza voce subiti da lei quando lui, riappropriatosi già da tempo della coscienza, lei lo riteneva ancora straniero alla lingua ed al consesso umano delle persone pensanti, e perciò portava per lui la stessa considerazione che avrebbe avuto per un cane maleducato e, peggio ancora, non educabile.
Ma quello di donna Mariana fu un imperdonabile errore strategico, come vedremo in seguito.
D'altra parte, i giorni che seguirono per lei furono una specie di apoteosi insperata. Come prima sbatteva la porta infastidita ai curiosi che volevano sapere di el Salvado muto e stralunato, adesso quelle porte si aprivano come s'aprono le tende d'un teatro perché andasse in scena il miracolo, il miracolato e la sua benefattrice, quella che con pazienza e dedizione, passo dopo passo, gli aveva consentito di ritornare ad essere una persona con il bene dell'intelletto.
E allora sì che consentì una sorta di perfettamente organizzato pellegrinaggio davanti casa sua e una specie di conferenziare quotidiano di lui seduto comodo sulla balconata esposta sulla via principale del paese e la gente sotto, a distanza, a guardare e domandare, domandare.
Le domande, specie all'inizio, erano tre o quattro, sempre le stesse con qualche piccola variazione su tema.
Ma ormai Ignazio aveva avuto il tempo per organizzarsi una credibile tattica di difesa a protezione di ciò che era stato e di quanto era successo. E a mano a mano che questa tattica, questo vero e proprio copione lo provava e lo esercitava rispondendo, a mano a mano, come un vero attore di razza, ci aggiungeva un particolare, magari marginale, che non svelava nulla di sostanzioso riguardo a chi fosse prima ed a cosa realmente fosse successo. Anzi, contraddicendosi rispetto ad altri particolari, aumentava alla storia quell'alone di mistero che poi al pubblico tanto piace. D'altra parte, concedergli con indulgenza quelle incongruenze nel racconto, parve a tutti da subito la cosa più naturale per uno che aveva passato quello che lui aveva passato. E di questo Ignazio approfittò pienamente e bellamente, fino a scoprire il gusto dell'invenzione pura. Mentre provava a far vedere di rimestare sofferentemente nei meandri più reconditi della sua memoria alla ricerca d' una sua precisa identità, nel suo intimo sapeva che questa identità se la stava creando lui ed era solo il prodotto della sua fantasia tornata vergine e onnipotente.
In breve tempo realizzò che questa sua condizione di smemorato era affatto privilegiata: quando per gli altri, per il consorzio degli uomini, tu non sei nessuno di qualificabile attraverso il tuo passato, questa specie di vaso vuoto è riempibile in tanti modi possibili. Perché fantasticare del proprio futuro è di tutti gli uomini, ma poter fantasticare sul proprio passato, è davvero di pochi.
Questo pensava Ignazio il salvato in quel preciso momento della sua vita quando tornò a rivivere in quel paesino semiaddormentato dal sole che sulla costa sud orientale della Spagna, per nove mesi all'anno picchia forte.
I tempi successivi del ritorno alla vita di Ignazio in parte furono ancora cadenzati da donna Mariana dalla famiglia e del sempre più bislacco don Feliciano. E, come abbiamo detto, furono i tempi delle rappresentazioni al balcone, poi delle camminate in paese, col passo prima incerto, poi più sicuro, poi addirittura vigoroso. Furono i tempi del piccolo bagno di folla quotidiano tra uomini grezzamente ammirati, donne (quelle dei quasi comitati pro el Salvado) entusiaste e francamente o subdolamente interessate e bambini curiosi d'una curiosità schietta e giocosa.
Ogniqualvolta sembrava che qualcuno lo infastidisse, donna Mariana, la sua ombra maternamente direttrice, interveniva:
"E lasciatelo stare adesso, non vedete che è stanco… quante ne volete sapere da un pover' uomo che era quasi morto solo tre mesi fa… e piano piano, sono sicura, prima o poi ricorderà tutto… Ignazio, la volete la spremuta d'arancia fresca fresca?"
Ignazio era un bell'uomo. Francamente un bell'uomo. E di questo s'era accorta pure donna Mariana, già anche al tempo delle tribolazioni senza fine e senza scopo in cui vestiva, svestiva, imboccava una specie di pupazzo con i capelli neri e ricci e con gli occhi azzurri e con degli omeri ed apertura di braccia e petto e poi tutto il resto, giù tutto il resto, fatto come Dio comanda, quando Dio è generoso. Non è che si fosse già allora affezionata al pupazzo. La religione, il senso del decoro di moglie e madre affezionata erano stati argini ben saldi per permettere al pensiero di andare oltre. D'altronde un pupazzo, per quanto ben fatto, è sempre un pupazzo. E in quest'espressione che mentalmente si ripeteva mentre sgarbatamente lo svestiva e lo rivestiva, c'era tutto un concentrato di sentimenti convulsi e coatti che definire con la sola rabbia e voglia, sembra poco. Ma che una donna sulla cinquantina ben dissimulata, fisicamente bene impostata e non troppo sciupata né dal marito né da eccessive gravidanze, potesse, nei pensieri, andare oltre, questo pure donna Mariana lo pensava.
Quando si ritrovò quel "coso" di Ignazio, come rinvigorito dallo Spirito Santo, non le sembrò vero essere lei la precisa destinataria di quel miracolo. Anche religiosamente si fece una ragione, tutta propria, ed un programma a tappe di come il neonato-adulto andava riavvezzato alla vita. Prima una affettuosa e premurosa pseudo maternità e poi, momento dopo momento, occasione dopo occasione, tutto il resto.
Sta di fatto che Ignazio rimessosi in piedi e rivestito appropriatamente dalle cure cucitrici di tante sarte volontarie del paese, dal suo metro e ottanta di statura, con baffi brunicci e perentori e sguardo naturalmente altero e portamento da signore nato, con la sua bellezza sfacciata, e quel tocco di mistero - garofano rosso nel taschino della giacca - metteva un poco in soggezione tutti.
L'occasione che cercava Mariana la trovò quasi per caso una sera che per caso Ignazio si ricordò di essere pur sempre un uomo e che si domandò, da scemo quale ogni tanto provava a sentirsi, se uno che non ha un passato può tornare a permettersi certe cose. La sua natura gli confermò che sì.
Dove e come, poco importa. Certo, sapere che arrivarono a toccarsi dappertutto, a prendersi per i capelli, insieme, ad un certo punto, a urlare e ghignare di piacere, può essere importante. Dire che si baciarono poco, prima e dopo, pure può essere importante. In qualche modo definiscono le coordinate di un fatto. Abbastanza importante.
La verità è che da quella situazione, quando si ritrovarono eretti entrambi, Ignazio si sentì liberato, (quasi avesse estinto un debito) mentre Mariana si sentì ancora più appiccicata a lui.
E questo le procurò via via uno snaturamento della sua persona. Quando un carattere solido e risoluto, forse anche un tantino per necessità, cinico,come era quello di Donna Mariana, accetta e principia a farsi corrodere dal sentimento che le arriva quasi da tergo, inatteso, non sono le fondamenta d'una casupola che cedono, ma quelle d'un palazzone a più piani.. E, arrivati al punto critico, il fragore del crollo è commisurato alla sua grandezza iniziale.
Donna Mariana, da premurosa divenne prima protettiva e poi apertamente, irrefrenabilmente gelosa, d'una gelosia che Ignazio presto seppe apprezzare come soffocante, violenta, quasi ferina. Lui, d'altronde, pur con una certa mitezza d'animo che doveva appartenergli dalla prima nascita, questo fatto d'esser tornato a nuova vita, questa opportunità insperata di potersi rifare dal niente un presente a modo suo, lo spingevano a pensare che in questa costruzione del nuovo Ignazio, niente e nessuno avrebbe dovuto dettargli le condizioni. Sarebbe stato come assoggettarsi una seconda volta a regole ed errori d' una prima volta; che lui, pur con tutta la volontà di oblio di cui è capace un uomo, ancora teneva nascosti ma presenti nel cuore e nella mente.
Gli assalti delle giovinette e delle donne fatte e più ben fatte del paese, lo fecero gioire e soffrire ben poco. Certo, alcune di queste, con tatto e circospezione, riuscì a degustarle con misura e pacatezza, allo stesso modo di come ci si bea di leccare un gelato a metà estate. Quando non è né il primo né l'ultimo.
Quello che l'angustiò e non poco fu il repentino sconquasso a cui stava portando la famiglia tutta che l'aveva adottato, quella insana e disperata passione di donna Mariana. Infatti, come s'è già avuto modo di dire, don Feliciano, quando non aleggiava sospeso e imperturbato in tutto un suo mondo etereo (e manco a dirlo che si fosse accorto o avesse sospettato qualcosa dei due) e scendeva di tanto in tanto a cimentarsi con le questioni della terra, aveva il vizio e la pretesa di combinare affari che dire strambi è poco.
Solo il carattere della moglie, una volta verificati i primi grossi danni al patrimonio ed all'immagine della famiglia, la sua avvedutezza, il suo polso,avevano, per quanto possibile, messo riparo al già fatto ed evitato che d'allora in avanti avesse carta bianca per combinarne altri di guai. In pratica, pur formalmente rispettandolo e facendolo rispettare da tutto il paese come uomo, aveva finito per dargli il credito e l'autonomia d'un bambino. Era come se lo avesse messo in un angolo, in castigo perpetuo e dorato.
Ma, come i bambini, che se non ti stai accorto, e con lo sguardo di sbieco li tieni sotto tiro sempre, loro dalla punizione e dall'angolo evadono con un niente, così don Feliciano, che di null'altro s'era accorto, s'accorse presto che le briglie s'erano allentate. Non si domandò il perché; non rientrava nei suoi ragionamenti il perché di certe cose. La foga di fare affari a modo suo e dopo tanto tempo di digiuno lo elettrizzò.



Erano più di trent'anni, che il commercio della noce moscata importata dalle colonie delle Indie s'era dimostrata un fallimento. Erano anni che il resto delle buone società di navigazione se la procuravano in porti più vicini ed in partite più contenute per tenere più insaporita e odorosa la carne salata ed essiccata.
E lui non andò ad imbattersi nell'ultimo scellerato navigatore per le Indie a caccia di noce moscata: “quella vera, autentica”, magnificata come “ l'unica spezie capace di ridare colore sapore e profumo alle carni inaridite ed imputridite, l'unica cercata e voluta da tutta la nobiltà e la buona società spagnola.”
Solo che lo scellerato navigatore, più che scellerato era un gran filibustiere, che in cambio di denari sonanti e d'una ipoteca su un grosso vigneto in collina, gli promise una partita di noci moscate che per, quanto se ne sappia, non avrebbero lasciato le Indie per molti anni ancora. E da allora malgrado tutte le referenze a suo tempo millantate, di don Gonzalo de Figeroa, eccellente uomo d'affari e capitano di vascello, né legulei né la solerte nazional gendarmeria poterono avere più notizia.

Se non che, alcuni mesi dopo, l'ipoteca e i suoi diritti furono rivendicati con regolare contratto da tale Onorio Maderas, a cui a sua volta l'aveva ceduto tale Manolo Cortillas, truffatore di professione ricercato in mezza Spagna.
Come quest' uomo con fare d'avvoltoio, che operava generalmente in altri cieli così lontani da quello dal paesello di Don Feliciano, avesse saputo che lì era pronto per lui un prelibato piatto di dabbenaggine, resta un mistero. Fatto sta che per don Feliciano, donna Mariana e la sua famiglia questo mal affare rappresentò il tracollo.
E mentre don Feliciano seppe rimettersi da solo in castigo nell'angolo e con licenza di sognare ancora nel suo mondo vacuo, donna Mariana, rituffata nella tinozza della realtà e poi, come uno straccio, strizzata da questa fino all'ultima goccia, rinsavì dalla passione per Ignazio e tornò a fare la moglie e la mamma, per vedere come sbarcare ogni giorno il lunario.
Ma che non fosse più la stessa lo si vedeva in volto, arrughito in poco tempo, coi capelli imbianchiti e non più curati, nella forza della sua voce declinante in toni mesti, quasi queruli, in quella rassegnazione che si legge tra le righe d'una vita quando si prende coscienza che, di questa, il meglio è già passato.
Ignazio, anche lui, l'appena rinato nella licenza di rifarsi una vita in libertà, forse per vizio innato nella natura umana, ma di sicuro nella sua, si fece carico di parte della colpa dell'accaduto. Tra sentimento di gratitudine e necessità di espiazione, era come se avesse deciso di condizionare la sua seconda vita ancora una volta. Per la famiglia ed il paese che l'avevano salvato, accolto e accudito.
Ed allora si rimboccò le maniche e le sue giornate, fino ad ora avvolte nell'alone del personaggio rimirato come un bel miracolo vivente, diventarono umili e produttive. Sulle prime la sua possanza fisica, la forza delle sue braccia furono usate più dell'ingegno, che pure aveva; e si prestò ai lavori più manuali e più faticosi che ci fossero, quasi anche per provarsi. Fu quasi uno scandalo per la popolazione, lui con quel bell'aspetto da signore, vederlo spaccare la legna o portare a mastro José quattro secchi di malta con una volta sola, oscillanti sulle assicelle poste sulle sue poderose spalle, per costruire il nuovo edificio municipale. E poi, al mezzodì, mangiare, accoccolato su un mucchio di ghiaia, pane cipolla e pomodoro insieme a tutti gli altri che portavano la soma del lavoro a giornata.
E ogni giornata che Dio manda era capace di fare almeno due mestieri.
E quando gli chiedevano: "Don Ignazio (il "don" del rispetto non gliel'avevano tolto di certo), ma perché lo fate tutto questo?"- lui rispondeva categorico- "perché ne ho bisogno". E si sapeva che dava tutto a donna Mariana; per lui si teneva soltanto un poco: per il tabacco, per qualche modesto vestito comprato al mercato della festa di San Migurel, per le saponette, e, ogni mese, per il taglio di capelli e barba da Serafino, il barbiere- giornale, politico e filosofo.
Perché al suo aspetto continuava a tenerci, ma ci teneva ancor di più che gli restasse qualche soldo per fare, ad ogni festa comandata, un regaluccio ad Angelina e Luisito. Specie Angelina che cresceva nella dolcezza del sentire di avere come un secondo papà.
Tutto il resto lo dava a donna Mariana che ogni volta lo ringraziava muta con una carezza smorta sulla gota e che gli sfiorava appena, increspandogli per un attimo, il labbro inferiore all'angolo della bocca.
Dopodiché lui, quasi come un rito, gli chiedeva:
"Come va?"
"Bene, meglio."
E le cose andarono davvero meglio quando, dopo il purgatorio, Ignazio decise di non usare solo le sue braccia ma anche l'ingegno e la grande considerazione di cui godeva ancora, e forse accresciuta, in tutti gli abitanti del paese.
Con quel non poco messo da parte nelle giornate di lavoro senza fine, col mansueto permesso di donna Mariana e con l'insignificante consenso di don Feliciano, investì in alcuni avveduti commerci che subito gli fruttarono un piccolo gruzzolo. Niente di grosso, ma quanto bastava per rimettere in sella la famiglia.
Allora, e solo allora, pensò di poter ritornare a pensare un poco a se stesso.
Lasciò fisicamente la casa dei Contreras, grossa, padronale, e che, grazie a lui, nella tempesta dei debiti, erano riusciti a non dover vendere. Lasciò donna Mariana con l'ultima carezza a quel modo, ma con la mano che avrebbe voluto proseguire lungo il mento, assaporare l'ispido della sua barba e proseguire in alto, dall'altra parte del viso, a chiudere il cerchio d'un vecchio sogno impossibile. Salutò anche don Feliciano abbracciandolo e corrugando scherzosamente il viso e alzando l'indice a monito, come a dire: "mi raccomando..." Angelina le saltò addosso quasi piangendo, ma più frignando pianto. "Piccola, ma mica me ne vado per sempre, poi ritorno, e quando ritorno vienimi a trovare quando vuoi".
Luisito, il maschio, a cui aveva insegnato col temperino ad intagliare il legno, gli porse una barca in miniatura che, con abilità non da poco, aveva rappresentato infranta contro uno scoglio.
Luisito e Angelina, seduti sulle ginocchia, s'erano fatti raccontare più volte la storia del naufragio.
Ignazio sorrise senza dire altro.


Partì e restò lontano dal paese per due anni in cui nessuno sa che cosa fu di lui e cosa se ne fece.

Poi ritornò, quasi vestito degli stessi abiti con cui era partito.
E, tuttavia, pareva una sensazione, ma sembrò che fosse tornato più invecchiato del dovuto rispetto al naturale tributo da dare al tempo che era passato.
A chi gli domandò se in questi due anni fosse andato in cerca della vita di prima e se l'avesse trovata, disse che l'aveva cercata, ma che no, non l'aveva ritrovata.
Prese casa e prese moglie, una buona donna laboriosa e senza pretese, si fece assegnare dal municipio la sovrintendenza al commercio della pesca. Fu savio e prudente in tutte le sue cose; intrecciò perfettamente la sua vita con le piccole importanze e col semianonimato perfetto della vita del paese.
Tempo dopo, un’epidemia che aveva preso tutta la costa, e che lo vide salvo per miracolo, lo vide pure vedere andarsene in un sol botto, sua moglie, donna Mariana e don Feliciano e molta altra gente amica. Pure Luisito, che era solo un giovinetto, se lo portò via quella sottile brezza di morte.
Invecchiando lui insieme al paese, col cambio naturale delle generazioni, pure il mito di "el Salvado" s'era affievolito, per trasformarsi piano piano in un mistero irrisolto da volgere a curiosità e gioco per bambini.
E lui, un po' per non sentirsi inutile ed abbandonato da tutto, un po' perché il tempo che passa, confonde e rimescola meglio le memorie antiche, s'era deciso, insieme alla complicità affettuosa di Angelina, a reinventarsi ogni giovedì la sua storia.
Senza dire mai la verità.
Quell'ultimo giovedì in cui l'abbiamo lasciato all'inizio del racconto, mentre i ragazzi correvano all'impazzata dal caramellaro, lui riuscì ad acchiappare per un braccio Miguelito.
"Miguelito, senti, mi fai un'ambasciata per tuo nonno? Gli dici che venga stasera, sul tardi a casa mia?"
"Si, va bene, glielo dico." e tirava per liberarsi dalla stretta.
"Sicuro che non ti scordi?"
I compagni davanti che lo chiamavano e lui che si dimenava.
"Sicuro, sicuro." E si sciolse.
El salvado lo vide correre verso il gruppo volgendosi un paio di volte all'indietro, indirizzando lo sguardo verso di lui, come per dire: "Scusami nonnino, ma ci ho da fare. Ma non ti preoccupare... l'ambasciata...l'ambasciata…"




Quella sera nonno Miguel non venne. Non venne neppure la sera dopo e neppure le sere successive.
Arrivò che era di pomeriggio tardo del giovedì successivo.
La prima volta che negli ultimi mesi "el salvado" era mancato all'appuntamento da Angelina.
Teneva un'età che era quasi pari a quella di Ignazio, tutto, adesso, il vestiario, la faccia raggrinzita e bruciata dal sole, anche ormai il modo di parlare, la cadenza del dialetto che Miguel aveva sempre avuto e che Ignazio aveva acquistato.
Anche il modo lento quasi misurato di tenere a bada i movimenti e le emozioni essenziali. Insomma, tutto adesso li faceva simili.
Non era stato così quella prima volta a capo Margarita.
Quella volta Miguel gli aveva rigirato la testa tumefatta dalla frequenza metodica e violenta del mare contro gli scogli e aveva rovistato in quegli occhi fermi, fissi, e non aveva trovato più nulla. L'aveva creduto morto.
Miguel col cappello di paglia in mano si teneva sullo stipite della porta.
"E dai, entra, Miguel.”
Ignazio gli si fece incontro e lo trasse dentro appoggiandogli una mano sulla spalla, a lui che faceva una resistenza intimorita e rispettosa.
"Siediti, per favore, e non mi fare, non facciamo, sforzi di cerimonie con una forza che non abbiamo più."
Miguel, sedendosi lento, sorrise rassicurato.
Seduti entrambi da un lato e l'altro del tavolo, gli sguardi potevano essere a due metri.
E il silenzio lungo che seguì fu figlio del riguardarsi per bene l'un l'altro, del modo difficile di Ignazio di cominciare a dire e di Miguel di aspettarsi di cominciare a rispondere.
O di tutto il contrario.
"Tu mi avevi fatto morto, Miguel?"
"Sì" rispose Miguel come se, stranamente, s'immaginasse quella prima domanda.
In quei tanti anni prima di allora non s'erano frequentati più di tanto. In un certo senso, quasi forse inconsciamente, si erano pure evitati. Sì, certo, Ignazio, dopo il riacquistato bene dell'intelletto aveva, in una di quelle feste organizzate da donna Mariana, salutato e ringraziato tutti i suoi salvatori di quella notte. Poi, tutti gli altri, durante quella brutta epidemia, avevano salutato a loro volta il mondo senza avere né voglia né tempo di salutare pure lui.
Era rimasto solo Miguel ,che, d'altronde, in quella notte era quello che lo aveva guardato più dentro negli occhi.
"Ma tu, quella notte, che mi hai visto dentro?"
Miguel tentenna il busto, s'appoggia coi gomiti al tavolino, si gratta la testa.
"Ma niente... che so dire... quegli occhi, sembravano morti, eppure..."
"Eppure...?"
"Eppure ancora con un... che voglio dire... di preoccupazione. Insomma, i morti affogati - ed io ne ho visti - dopo un po' assomigliano, i loro occhi, a quelli di un pesce pescato, che per natura, alla fine, si da pace. I tuoi, no, non erano così. Tutto il corpo ti faceva morto e quegli occhi invece..."
Ignazio si solleva, incerto, dalla sedia. Si lascia percorrere a tondo un giro intorno al tavolo, quasi si ferma, poi un altro mezzo giro. Adesso sta dietro le spalle di Miguel e gli appoggia una mano sulla spalla, gliela strofina in una carezza, nervosa, ma quasi di complicità e d'affetto .
"E io morto, volevo essere. In tutto, corpo e anima. O, almeno, lo avevo voluto tre notti prima, dopo aver buttato a mare con una spinta da dietro il mio amico Xavier. E lui che cercava di aggrapparsi con le mani, le unghie, al legno, alla cima che penzolava... Ah... l'avesse presa quella cima, per risalire un po', per, riaffiorando, farsi guardare in faccia, e, con l'espressione incredula e affettuosa dell'amico di sempre, potermi dire magari: - Ignazio, ma perché? - Ma io, invece, la foga, la determinazione, la precisione di quel remo, a colpirlo sulla fronte, nel mezzo degli occhi, appena provava a risalire su. Sino a vedere in superficie quel rivolo di sangue mulinare ed essere risucchiato dietro quell'ombra di corpo che, finalmente esanime, calava giù."


Ignazio con la mano dà una stretta alla spalla di Miguel.
Poi, lentamente, lascia la presa e, con passo ancora più incerto, termina il mezzo giro e, risiedendosi, torna di fronte a lui.
E ora Ignazio torna a guardare il volto di Miguel. Per capire se ha davvero ben capito Miguel che quella era la sua confessione. La confessione, il segreto di "el salvado", quello per cui, da quella notte del salvataggio, tutto il paese, per decenni, in un modo o nell'altro, gli era andato appresso, stuzzicato, assediato, fino quasi adesso... i bambini... quasi preso a gioco... in giro... ma sempre con quel segreto... da sapere... quasi fosse ad ogni costo, necessario per la loro vita.
Ignazio adesso che finalmente ha detto, ha sputato... s'aspetta una qualche reazione dal volto di Miguel.

Miguel tentenna la testa, ma appena un po' di più, impercettibilmente di più di quanto è uso fare sempre.
Tanto che Ignazio lo guarda e non sa che pensare.
Poi Miguel appizza gli occhi e forse prova ad appizzarli indirizzando lo sguardo dritto negli occhi di Ignazio. L'intenzione potrebbe anche essere quella. Di piantargli gli occhi addosso, dentro, e continuare, anche lui a domandargli "perché?".
Ma un fastidio di luce, uscita dagli ultimi sprazzi del tramonto, entra per caso dalla finestra bassa della stanza e coglie sugli occhi Miguel che, per un attimo, sopravvede, poi, un attimo dopo, con le sue cataratte incipienti, vede buio come un accecato. Si para la mano a visiera davanti agli occhi. E non si muove e non parla, e, per necessità o intenzione, decide di tener addormentata la scena.
E allora Ignazio in quella scena quasi muta, nuda, defoliata d'ogni considerazione morale e quasi rispettata dal quasi suo amico e "salvador" Miguel, Ignazio in quella scena ci si ficca e ci mette tant'altro della sua vita.
E dice di Alma - sì l'Alma il cui nome Sebastiano aveva saputo decifrare bene dal movimento delle sue labbra in quelle notti di delirio diviso ancora a metà tra la passione calante e la necessità d'espiazione emergente - e dice di Xavier, ancora di Xavier, di Xavier troppo di tutto: troppa amicizia, troppo amore per la stessa donna, troppa gelosia. E poi, la notte delle troppe volte che quel remo.. tum... tum... tum... Troppo grossa la colpa, il senso di colpa, divenuto grande, ingrandito, subito dopo il fatto, come una montagna che ti cresce addosso la cui cima, il pizzo, a strattoni, la corda attaccata al collo e dall'altra parte a cingere il macigno strappato alla montagna, dei rimorsi. Quello che ti basta di pensare per lasciarti andare giù anche tu.




"E con questo è tutto" dice Ignazio, adesso veramente esausto.
Miguel tiene ancora una mano a visiera sugli occhi; perché quel raggio di sole del tramonto, così bello e così importuno, ancora gli taglia a mezzo la vista.
Però intanto, con uno scatto felino, con la mano mancina dà, con un bel colpo, la morte a una mosca che, dopo tanto gironzolare per la stanza - e curiosare ascoltando anche lei - s'era posata finalmente sul tavolo. Poi, col dorso della mano a taglio la butta giù.
Intanto si sente un graffiettare alla porta, poi un nocchettare discreto di piccole dita contro il legno. Poi un apparire a mezza luna di viso di bambino all'uscio.
E poi il sorriso pieno della sorpresa
Il nonno lo chiama ed il piccolo, come un gatto, in un attimo si rannicchia tra le sue ginocchia.
Ignazio li guarda e prova ad entrare almeno in parte in quella tenerezza.
Una buona parte della sua vita - forse la seconda, ma non si può mai dire - glielo dovrebbe consentire.
"Juanito, tu non la sai la storia di el Salvado ... Non la sai, eh?"
E Miguel affonda alla cieca le mani nei riccioli castani del nipote
"Anzi, le cento storie... Non le sai, eh? E non fa niente".
Miguel si alza dalla sedia e riacchiappa a memoria la mano del nipote che è già protesa e pronta alla presa.
Col rialzarsi i suoi occhi escono dalla portata di quel raggio di sole importuno e che, adesso, divenuto quasi arrogante, pare rovistare in tutti gli angoli migliori e peggiori della stanza di el salvado.
Adesso che ha riacquistato un po' di autonomia con la vista, si tiene stretta la mano del nipote ed insieme fanno per dirigersi verso la porta, di fuori.
Avrebbe voluto finirlo così quell'incontro tra vecchi, senza dire nient'altro. Che la vita è la naturale assolutrice di tutto, quando sta per consumare gli ultimi suoi spiccioli.
Invece, sull'uscio si volta verso Ignazio.
"Ma io sono un vecchio pescatore ignorante, e tu adesso mi vuoi far fare come da prete per la tua confessione."
Ignazio annuisce, con uno sprazzo di sorriso e di brillio d'intesa negli occhi; in quel viso le cui rughe avevano appesantito, ma non avevano disturbato più di tanto quel suo estremo senso di dignità ed orgoglio, macerato adesso insieme alla necessità di umiltà e perdono.
"Cosa ho da dirti adesso io " riprende Miguel "che tu hai avuto due vite ed io una sola. Della prima, quella che tu, quasi per forza, adesso mi hai voluto dire, non m'importa.
Mi dispiace deluderti, prima sì, come con la curiosità di tutti, anch'io, più di tutti, io, che ti ho visto rinascere dopo averti fatto morto, della prima vita ero curioso. Ma ormai, adesso, non m'importa più. La seconda, che tu pensi abbia contribuito io a darti in quella notte, e va beh, mettiamola così, anche quella è la tua. Che ne so io poi, quanto è servita la prima a fare la seconda in un certo modo. Che ne so? Per quello che so, per quello che ti ho visto fare, a me è sembrata buona ... ma poi?…"
Miguel dà quel tono alla sua voce come se il suo dire dovesse, di lì a poco finire lentamente spegnendosi.
Con quella sensazione di resa, ma meditata, cosciente e senza quel vizio frequente nei discorsi umani che spesso pare debbano concludersi necessariamente in modo perentorio e definitivo.
Juanito, con la manuccia insofferente di bambino dà una stretta formicolante alle dita della mano del nonno, che con la sua, grande, la tiene racchiusa.a pugno lento. Come a dire: "andiamo". E con la forza del suo piccolo corpo fa per trascinarlo fuori.
"Ecco..." fa Miguel alzando appena la mano libera in cenno di saluto "a pensarci... quanta fortuna ad avere avuto due vite; e quanta sfortuna a non avere avuto né dall'una ne dall'altra neppure un nipote."


Ignazio all'uscita di Miguel gli da un segno d'assenso con la testa. Un sì che è insieme una risposta al saluto ed un "sì, ho capito".
E poi, scuotendosi finalmente e mettendosi al riparo dall' intemperie dei pensieri che gli venivano in testa a frotte, inizia ad affaccendarsi con lentezza e precisione pedante a quelle mansioni necessarie ad un vecchio che da solo deve mantenersi in vita.
Mette a sfrigolare su di una padella un filo di lardo. Rompe un uovo e ce lo butta dentro quando s'accorge che il lardo s'è abbrunito. Taglia una fetta di pane e raccoglie nel cavo della mano le molliche che poi sparge, come un seminatore di grano, dall'uscio di casa sul selciato della strada, per i passeri. Mangia senza fame, ma lento e devoto al rito del mangiare: intinge il pane fatto a fettine sottili una volta nel grasso sciolto, una volta tra il rosso vivo ed il bianco coagulato dell'uovo.
E, tra un boccone e l'altro - portato alla bocca senza voglia, con la sufficienza dell'abitudine e quasi dell'obbligo - tra un boccone e l'altro provano ad insinuarsi ancora certi pensieri. Ma lui ormai sa di saper resistere ad ogni altro loro assalto. Non è che si senta vincitore né che si senta perdente di fronte a quei pensieri. E' che forse ha scelto un modo come un altro di fare pace con essi.
Finito di mangiare e rassettato, va per chiudere l'uscio. Ma prima di farlo si sporge fuori. Guarda da un lato e dall'altro la strada, che è vuota.
Contro il cielo, che adesso distilla un buio appena accennato e già deterso dalla luce della luna, si stagliano, a scaletta, a salire, le ombre delle case coi loro tetti.
Ignazio ha un momento di commozione per quel paese che l'ha salvato e poi adottato. Quasi un sentimento di riconoscenza.
Poi chiude il battente della porta e spranga. Riempie una caraffa d'acqua e la posa sul comodino, sistema il pitale sotto il letto, poi si spoglia e si corica.
Da quel letto due mesi dopo non si alzerà più, andandosene placidamente nel sonno. E l'ultimo respiro avrà concluso insieme le sue due vite.


                      FINE







kostantino
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05/09/2006, ore 09:41

 

                 Dramma comunista

RIDATECI ANCHE LA FALCE, PER FAVORE


Giuseppe Tribondera, detto Peppin ma chiamato da tutti Lenìn, a quella cosa lì proprio non ci vuol credere. “Ma l’è daver cusì?”, torna a domandare ossessivamente al Tunin.

Tunin, il Mazzocchi. Con il Peppin centocinquant’anni in due, da sempre amici: dalla scuola (pochissima) al mestiere, alla fabbrica, al partito, alla lotta (tantissima). Anche adesso che sono in pensione, più tempo per guardare il telegiornale e più tempo per incazzarsi; incazzati ed impotenti.Comunque compagni da sempre,di quelli col vizio del pugno chiuso per fede, e con lo sfizio della dignità d’un anima sempre rossa e conficcata fino nel profondo del corpo.

-“Ma davvero niente più falce, Tunin?!”

-“E gnancha più el martel’, Peppin.”- precisa il Tunin – gnanca più el martel!”

-“Gnanca più el martel?! “E chi l’ha detto?!”

- “Achille, il partito, tutti”

-“Chi “tutti”, boia d’un lader de padrun,…chi “tutti”?”

-“ Tutti, tutti, vacca d’una baciapile imbalsamata! Alla Bolognina, Lenìn, tutti i garofani del partito,tutti i delegati ”.

Baffo d’un Occhetto! Io lo sapevo, me lo sentivo che prima o poi succedeva. E poi dice che i baffi de’ noster capi son tutti uguali… il baffo vero, quello socialista dell’URSS, è morto con lui, nel ’53…altro che questi fottuti revisionisti…”

Lenìn Tribondera, bluastro in viso, bofonchia quasi tra sé e sé un pateravegloria di bestemmie comuniste. E cammina su e giù scalciando l’aria davanti al portone chiuso della sezione F. Turati in via Stalingrado, la prima, la più vecchia della città, il suo piccolo mausoleo. Ogni tanto si ferma e picchia con una raffica di pugni sui battenti. Assurdamente, perché lo aprano. Ma sono le sei del mattino. E per quanto la sezione sia stata sempre viva ed attiva, lì non ci ha mai dormito nessuno a fare la guardia alla rivoluzione del proletariato.

Tunin lo guarda il Peppin suo amico. Lo guarda con l’aria sconsolata d’un amico . E se lo rivede quando solo l’altro ieri, ch’e stato di domenica, col colletto bianco e ben inamidato, quello della festa, un po’per devozione, un po’per dispetto alla moglie clericale, s’è messo ancora una volta a vendere davanti al piazzale della chiesa, l’Unità. A prezzo scontato, pur di redimere.

Ma che c’han mis ades al post’ del martel e de la falce?”

“Non so, dicono una quercia”.

“Una quercia? Mi ci faccio una sega io sotto quella quercia.”

Poi, del suo stesso dire da vecchio ed impunito maiale comunista, realizza l’involontario doppio senso: quercia .. sega. E gli si appizza negli occhi e sulla bocca un sorriso maligno: “Io quella quercia me la sego, la faccio a pezzi”. Ma il godimento sarcastico dura poco. S’accorge sempre di più che di colpo nella sua vita gli è venuto a mancare qualcosa di grosso.

In quel mausoleo piccolo piccolo, c’è conservato il martello di quello stronzo di fabbro ferraio di suo nonno; che lo regalò, come pegno di fedeltà alla causa, alla ex Camera del Lavoro nel lontano 1889. Bel lavoro gli aveva fatto adesso suo nonno.

Accoccolandosi a sedere sul marciapiede, quasi gli viene da piangere. Tunin amorevolmente lo rialza e se lo mette sotto braccio.

“Lenin, dai, non fare così. Andem’ a prende’ un caffè. Tanto questi non apren ant’ i des .”

“Un caffè no, l’è trop’ burghes’, un bicchiere di bianchetto, quello sì”.

“Bianchetto?”

“ Eh!… essì.... un bianchetto.”

Alle dieci e trenta tornando dal bar con sei giri di bianchetto in corpo, io, Lenìn e Tunin ci accorgiamo di quanto cazzo sono pochi 3500 caratteri, spazi inclusi, per restituire a Lenìn il martello del nonno e finire il raccon… Ehi… che vuoi Tunin?, che mi pizzichi a fa… non mi tirare per la giacchetta, dai., che mi vuoi dire?

Ah, sì,…Tunin mi ricorda di chiedere a tutti voi, stimati lettori, un po’ di solidarietà per il nostro dramma; ed a quelli che contano, di ridarci anche la falce, per favore.


kostantino
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10/04/2006, ore 17:55

Lo scroto è l'involucro - peli, pelle rugosa ed altro - che tiene a bada, in modo pendulo, - come le opinioni di voto - due coglioni separati per destinazione anatomica e in qualche modo, anche da una diversa concezione psicosociopoliticostorica.
Quella di destra e quello di sinistra, appunto.
Psicosociopoliticostorica. ( come è bella questa lunga parola che pare comprendere tutto lo scibile umano e tutta la polvere di stellare universo catalogata dall'uomo.)
bombasicilia
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26/12/2005, ore 21:15

I cassonetti di Natale.
 
Io sono un gatto.
Un gatto ricco. Mi potrei definire, correttamente, un gatto occidentale. Eppure non sono di nessuno.
Per cui, se mi va di parlare e sparlare - o solo miagolare in tono diverso -  io lo posso fare.
Per vivere e campare, suvvia...per mangiare, mi appoggio a tre o quattro cassonetti vicino casa mia. E' vero, io non ho casa, se per questo s'intendono quattro mura  che ti proteggono le tue cose e ti impediscono la vista di tutto il resto. Però il mio cielo lo riconosco con l'olfatto; e so che è il cielo di casa mia . E non lo scambierei con il cielo di nessun altro. Io ho solo quasi bisogni primari. Per esempio, non ho affetti stabili come loro, io. Non ho neppure pensieri per il dopo,io. Non ho  debiti o eredità da lasciare e neppure un paradiso da conquistare. E credo di sapere che queste cose un poco impicciano i pensieri loro . Ma poi, io loro, mica li capisco fino in fondo.
Eppure anche io mi accorgo di quando viene Natale.
I cassonetti straboccano
 
kostantino
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25/12/2005, ore 11:22

Prendetelo per quello che vale. Un augurio di non trovarsi in certe situazioni? Un augurio. Una riflessione? Una riflessione.
Se  natale ci serve, non dico per diventare a "timer" più buoni, ma almeno più riflessivi, che ben venga ogni anno Natale. Puntuale.
 
-Io non credo più a Babbo Natale.
- E da quando?
Il piccino si stropiccia con le dita il naso.
Si vede che ha imparato dai grandi a prendere tempo. Ma dopo quel tempo dei grandi non sa veramenmte cosa fare. Se dire una bugia bugia o una bugia un poco verità.
- Da quando...
-Su ...dai...
- Da quando hai litigato con mamma.
Lui non ha parole. Si prende un tempo infinito per pensare. Ed intanto, ebete e amorevole,accarezza quei riccioli castani che si fanno accarezzare.
Poi, insieme, scartocciano il regalo di Natale.
Come si fa con un cioccolatino.
Lui sorride a lui e lui sorride a lui.
Senza regalarsi altro per quest'altro Natale
 
 
Kosta
kostantino
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16/12/2005, ore 13:57

Qualche un anno fa alcuni ricercatori americani riportarono alla luce, nel deserto del Texas, perfettamente conservata, la spora di un bacillo che, a detta loro, avrebbe abitato negli organismi dei nostri antenati cavernicoli.
Teoricamente, sostenevano che il nostro bacillus, opportunamente trattato, sarebbe potuto tornare nella pienezza della sua vitalità.
Allora io gli favoleggiai il ruolo di protagonista catartico, una specie di illuminato giustiziere.
Da un bel po' uno dei tanti suoi nipoti riempie le pagine dei giornali e i bollettini dei tele, propiziando i più reiterati gesti di scongiuro bassoventrale. Ma non ha cambiato il mondo, almeno il modo di pensarlo diversamente.Eppure, un virus, un bacillo, periodicamente, scuote varie forme di coscienze allocate nei posti più disparati delle nostre persone.
Io vi ripropongo l’originale di allora in forma scrittoria di latino rigorosamente maccheronico, per conferirgli una patina di austera antichità ed una solennità di monito.


Bacillus figus.

Reperitus in ininteriora deserti Texassis at treginta metres de profunditate in parva
casciam mortis appellatam "spora", sed, appellabile, tempis nostris, ibernatio atque
similia proceduras pro resuscitare ad tantis cazzis annis post.Specificatamentis
duogintacinquanta milia annos.
Questio es : "Quod cazzum cazzusque fecit in tramite in toto isto" tempum?
Cum ammazzabat tempore suum? Sapebat que in supra superficiem terris
minusculus lontanum parentis sui , nomatum HIV, facebat cacari, verminaris paura,
omnia populos terrae, qui evitabant etiam contactum oris ad oris (bacium simplex, amicalis et parentalis) et, etiamdio, perfino stringitura manis ut evitare nefandum contagium.
Qui scopabat extra coniugalis talamus, positivum erabit cum maxima probabilitate.
Qui apponevit penis suum in solidale anum amichettui sui, fregatum erat.
Qui incannulavit venam cum ipse siringam compagnorum suis, sballatum  erat.
Pare minusculus HIV fottere  solum qui erat  iam disperatos pro eius cazzis!  

Bacillus furbus et spropositatisquemente vegliardus, tibi facio oratione.
Nunc non tràdere mihi!!!
Svincola te, cum calcios in eos culos ,ab scienziati Americani qui volent te reducere 
ad pazziariellum pro televisiones at filmazzusque.
Recupera dignitate tua et virulentia tua. 
Si habes facultatem, evita cacare cazzum ad omnia mundi. Inde ego tibi consilio, calde
calde, te facere optionem inter iam moccicatos et stacciatos canis et alii com adbuntantia iam baciatos fortuna intrallazzantibus .  Optiona secundos. Opulentia eius stangat ut a reducere in conditionem  mediae pauperitatis salutis. Usque tandem ipsi medesimi , alluccanes
disperationis, peterant (ab ore ab ore, ab ano ab ano) salvationem.
Magicum Batterium, vatem iustitiae socialis, intasa manum.
Te, pervenente ab secula seculorum, sine commistio unquam cum potere imperante,
te magnum infimorum  bacillum texasiensis, in te confido.
Pulizza mundum. 




kostantino
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